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Thread: Gli Italiani hanno odiato Natalie Dessay al Met Traviata

          
   
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  1. #1
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    Gli Italiani hanno odiato Natalie Dessay al Met Traviata

    Da un blog italiano:

    "Lo spettacolo vocale di Natalie Dessay era uno strazio per rantoli, gorgoglii, suoni strozzati e rotti, fiati corti e rotti. Insomma tutto ciò che costituisce il repertorio del cantante che DEVE ritirarsi e che DEVE essere fischiato se non ha provveduto a protestarlo chi retribuito per questo (direzione artistica e direttore d’orchestra) non per cattiveria, ma per rispetto alla musica e per rispetto al pubblico. Anche se un pubblico come quello del MET che ha sentito quasi tutte le grandi Violette non sembra accorgersi di niente e applaude a quella che Felicita Colombo, evocata da Tamburini, definirebbe “pajasciat”. Non ci sono altre parole per questo spettacolo che rappresenta il più triste ed esaustivo frutto di come è ridotto il canto, inteso come mera capacità tecnica, al giorno d’oggi. Non è per passatismo, ma per forza di fatti."

    Da Il Corriere Della Grisi, scritto il 15 aprile 2012.

    Avete un parere?
    "J'ai dit qu'il ne suffisait pas d'entendre la musique, mais qu'il fallait encore la voir" (Stravinsky)

  2. #2
    Schigolch
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    Dalle condizioni attuali di Natalie Dessay, il canto nasce e muore in gola. Si percepisce uno sforzo su tutti i registri, e per sostenere le note lunghe. È carenti di volume, di colore.

    Forse, era malata. Si vede una Dessay affaticata, ma cantare con fatica un ruolo non proprio semplice come Violetta...Credo che queste sono le sue ultime stagioni.

  3. #3
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    Il corriere della Grisi hates everyone.
    It's a fanatic opera site, they hates all the current singer, for examples they hates Florez, i don't read them anymore
    A very interesting opera site is Opera Click, there you can fin the Italians mood versus opera

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  5. #4
    Opera Lively Site Owner / Administrator / Chief Editor Top Contributor Member Luiz Gazzola (Almaviva)'s Avatar
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    Quote Originally Posted by mario View Post
    Il corriere della Grisi hates everyone.
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    A very interesting opera site is Opera Click, there you can fin the Italians mood versus opera
    Qui, parla italiano, per cortesia.
    "J'ai dit qu'il ne suffisait pas d'entendre la musique, mais qu'il fallait encore la voir" (Stravinsky)

  6. #5
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    ah scusa!
    A mio parere il "Corriere della Grisi" non è rappresentativo del gusto operistico italiano (quel poco che è rimasto, visto che in Italia l'opera non è più molto seguita, purtroppo). Al "Corriere della Grisi" (CDG) dei cantanti in attività non piace quasi nessuno. Per quello che ho letto il CDG ha parlato bene di solo 4 cantanti in attività: Jessica Pratt (la loro preferita) Shlava Mukeria, Ismael Jordi, Vittorio Vitelli. Tutti gli altri, compreso ad es. JD Florez, sono considerati dei dilettanti. Il CDG si ispira a un notissimo, bravissimo ma cattivissimo critico italiano, Rodolfo Celletti (a detta della Horne il primo ad aver capito che la sua voce aveva qualcosa di speciale) ma loro sono molto più cattivi di Celletti, a Celletti molti cantanti della sua epoca piacevano, a loro piacciono solo i cantanti dell'epoca di Celletti e neanche tutti, la Bartoli e la Valentini Terrani a Celletti piacevano, al CDG no. La Dessay è una delle poche cantanti odierne di cui il CDG abbia parlato bene, ma solo per i dischi incisi prima del 2000.
    Alcuni (la cosa è stata riportata anche dal TG Rai 3) fanno risalire ai componenti del CDG anche molte contestazioni ai cantanti che stanno rendendo molto difficile la vita del Teatro alla Scala (cantanti che in tutto il mondo vengono applauditi alla Scala vengono fischiati con il risultato che nessuno vuole più cantare alla Scala). La cosa che mi è incomprensibile del CDG è che a loro non piace nessuno (legittimo), ma sentono e vedono tutto: visto che non sono pagati da nessuno chissa perchè non fanno altro.
    A mio parere è più rappresentativo della critica operistica italiana il sito "Operaclick" che trovo più equilibrato.

    Venendo al tema in questione "cosa ne pensano gli italiani della Dessay", ci sono alcune cose condivise da quasi tutti:
    1) la Dessay è stata una grande cantante
    2) la Dessay è anche una grande artista con dote interpretative e drammatiche fuori dal comume
    3) la Dessay come cantante è in declino, anche se rimane sempre una grande artista.
    A questo punto le opinioni divergono, c'è chi, come il sottoscritto, ritiene che l'ultima Dessay sia sempre molto interessante anche se diversa da un tempo, c'è chi pur ammirando l'ultima Dessay come interprete drammatica, non sopporta più la sua vocalità.

    Per bilanciare l'opinione del CDG mi sembra interessante riportare la recensione di Elvio Giudici, uno dei principali critici italiani, su un recente dvd della Dessay in Traviata (interpreti N. Dessay, C. Castronovo, L. Tézier direttore Louis Langrée). La recensione è stata pubblicata dalla rivista Classic Voice il 5 giugno 2012, in contemporanea quindi con il vostro tjhread:

    "La mia prima Traviata (nonché mio battesimo al teatro musicale) la vidi a dieci anni, nel celebre spettacolo scaligero Giulini-Visconti-Callas: lo spettacolo parrebbe oggi datatissimo senz’altro, ma voce attuale invece più che mai. In mezzo, tra dischi teatri e video, m’è capitato di ascoltare tante di quelle Violette da aver perso il conto. Quante sono rimaste indelebili nella memoria? E soprattutto: quante vale ancora la pena ricordarle oggi? Ecco, questo è già più difficile a dirsi dovendone anche fornire delle ragioni che possibilmente esulino dal gusto soggettivo, sempre sacrosanto ma di rado oggettivabile. Credo però che la considerazione prioritaria sia quella avanzabile più in generale a proposito del modo che il nostro presente ha di raccontare il melodramma. Quando il dato esclusivamente vocale - inteso come produzione del suono - va sempre più di pari passo con quello del colore fatto assumere a quel suono, della sua consistenza, di come e quanto esso muti in seno alla frase, di come le frasi si susseguano le une alle altre: e quando tutto questo sempre più fa una cosa sola col dato scenico, cioè a dire con la capacità di recitare in seno a produzioni che intendono posizionarsi criticamente nei confronti di testo e musica, tanto destrutturandolo (ma allora occorre poi ristrutturarlo, altrimenti son solo sofismi) quanto - meglio sempre, ma essenziale oggi - rileggendolo salvaguardandone le linee narrative che contano. In parole povere, l’opera sempre più intesa quale teatro. E vale la pena ribadire che non si tratta d’una battaglia in corso, con relativa eventuale chiamata alle armi per difendere il fortino sempre più sguarnito costituito dalla soffitta dove s’ammassa la veterolirica cara alle care salme: è battaglia già ampiamente conclusa. Le sacche di resistenza vanno sgretolandosi una dopo l’altra, man mano che sempre maggiore successo incontrano produzioni create da artisti - registi e cantanti - capaci di cavalcare questo rinnovamento dandogli pieno senso. Teatrale, appunto. Che agisce, è chiaro, in misura direttamente proporzionale al tasso di teatralità posseduto dagli autori, oppure - è il caso dell’opera barocca - alle straordinarie rispondenze che un certo repertorio mostra con l’odierno gusto figurativo-rappresentativo ma anche musicale (indagare certe assonanze del pop col contrappunto e il basso continuo barocco, sarebbe materia di studio interessantissima).
    Violette cantate benino: tantissime. Bene: parecchie. Benissimo: qualcuna. All’epoca del famoso spettacolo scaligero, non erano certo poche le voci critiche nei confronti della Violetta di Maria Callas, cui venivano contrapposte tutta una schiera di elette cantatrici di voce ben altrimenti angelica e linea ben più concretamente sontuosa. Sicché anche allora, stringi stringi la questione finiva col giocarsi sul doppio fronte dell’accento vocale e del gesto scenico. Negli anni Dieci, la questione si ripropone pari pari: con l’ovvia differenza fornita dall’inevitabile mutamento di gusto e sensibilità in merito a cosa debba intendersi per mezzi autenticamente espressivi. Consonanza figura-ruolo, oppure no? Gesto moderno sempre e comunque, o va bene il solito campionario di pose strategiche pur che ci sia la voce, la voce, la voce? Mi bemolle (non scritto) o morte, oppure chissene? Si può continuare per un pezzo. Ma quando va in scena una Traviata come quella montata ad Aix-en-Provence nell’estate del 2011, sono nodi che arrivano tutti al pettine, e occorre per forza prendere posizione.
    Perché protagonista ne è Natalie Dessay.
    Dai recinti delle specie protette della lirica che fu, solo a pronunciare certi nomi (Bartoli, Keenlyside, Kaufmann, Netrebko) provengono barriti inconsulti all’insegna del consueto cantavano bene solo i morti, oggi è la desolazione postatomica: ma tra i detti nomi, quello della Dessay è nella pattuglia di testa. E oggi, potrebbero pure vantare pezze d’appoggio. Vero - come ho già avuto modo di dire a proposito del recital dedicato all’händeliana Cleopatra - che la voce di Natalie sia ora più arida; gessosa in certi repentini involi verso l’alto; più avara d’armonici nel medium; inquinata da sparse stridulità nel registro acuto una volta tanto squillante. Però la sua Violetta è, per mio conto e per quanto vale, quella che più mi ha emozionato a partire dalla serata scaligera di mezzo secolo fa: quasi a chiusura d’un cerchio ideale che però, il teatro essendo quello che è, significa certamente - anatema per i custodi del cimitero degli elefanti, benedizione per chi a teatro oggi ci continua ad andare per vedere personaggi di oggi - l’inizio d’un nuovo ciclo.
    Ci s’aspettava pirotecnie da fuochi d’artificio al prim’atto, e progressiva ritirata in buon’ordine nei successivi. Invece no, avrebbe equivalso a una rinuncia al dato teatrale: cosa inconcepibile, per artista di tal fatta. Niente di riprovevole, dunque, all’inizio (linea sottile ma flessibilissima nel flettersi in una nervosità febbricitante tutta sorrisi tirati verso la smorfia dolorosa), ma neppure di trascendentale. E in scena, la regia di Jean-François Sivadier mostra un gran direttore d’attori che imposta uno spettacolo in divenire, teatro nel teatro con gli attori coinvolti nella recita che diventa progressivamente realtà e via secondo un antico copione, anch’esso non riprovevole - anche perché fatto molto bene - ma anche niente di che nella sua sostanza. Col supporto della direzione piuttosto buona (peccato solo tutti i soliti tagli da veterolirica) di Louis Langrée alla testa dell’eccellente London Symphony adesso in forza fissa al festival; dell’Alfredo di Charles Castronovo, che pena un po’ lassù ma riesce molto espressivo recitando per giunta molto bene; del Germont di Ludovic Tézier, fiore all’occhiello dei francesi che personalmente trovo ruvido, sgarbato, duro come un sasso e inespressivo del pari.
    Il second’atto, ambientandosi in Provenza, vien fatto svolgere davanti a grandi - e splendide - tele impressionistiche, in una pressoché totale nudità d’oggettistica. E appena rientra, questa Violetta è letteralmente un’altra. Più matura, infinitamente più vulnerabile. La linea vocale s’assottiglia in fili evanescenti eppure luminosissimi, pieni di luce, intrisi di disperazione via via più impotente, lacrime e sorrisi inzuppano un “Dite alla giovane” lacerante, una cupezza quasi rauca serpeggia in un “Morrò, la mia memoria” che nel sussurro urla di rabbia e la maschera tragica da cui proviene sembra dipinta da Munch. Nella festa da Flora, l’attacco immateriale eppure di squassante intensità di “Alfredo Alfredo” è qualcosa di cui sinceramente non avevo memoria. Ma ancora poco per quello che succede al terz’atto.
    Al termine della festa, Violetta resta al proscenio, riversa. Nel silenzio più assoluto, lentissima, si mette seduta. Sempre lentissima, e sempre nel silenzio, si toglie prima uno stivale, poi l’altro: e infine si tira pesantemente su. Resta immobile a lungo, poi - e qui principia il preludio - comincia a fare qualche passo barcollante verso Annina che è comparsa sulla sinistra (a proposito: è Adelina Scarabelli, quasi irriconoscibile nella sua opulenza rispetto al grissino che era, ma d’una bravura scenica da reggere il confronto con questra Violetta. Inutile aggiungere altro), e che l’accoglie tra le braccia. Restano immobili entrambe. Poi, piano piano, lei si toglie la grande parrucca bionda tutta ricci. Si siede su una delle tre sedie che stanno al proscenio, e Annina comincia a levarle il trucco dalla faccia. E lei è vecchia. Vecchia: gli occhi immobili e fissi, da cui scendono due lacrime mentre la bocca si piega non sai se in un sorriso o una smorfia, appoggiata sullo schienale, i capelli corti appiccicati alla nuca, gli occhi spaventosamente fissi in avanti. Vecchia. Ma come ha fatto? Perché non è questione di truccatura particolare o di make up: è proprio tutta la figura, che emana vecchiaia, disfacimento, senso di morte. Alita “Annina?”: e c’è già tutto, tre note riassumono l’intero momento e preparano il prosieguo. “Religïon è sollievo ai sofferenti”: Annina si fa il segno della croce, ma lei sorride con un’incredulità amara che ti divide il cuore in due. “Addio del passato” diventa una delle pietre miliari del teatro moderno, fin dalla lettera scorsa con gli occhiali da vista in mano, la voce che compita lenta, lentissima, quasi fosse incapace di distinguere le cifre, quasi da chi non sappia più neppure leggere. E quel filo di voce tesissimo: una lama di coltello nel silenzio della notte, appeso nell’aria, dolce e straziante, che s’ispessisce e subito trascolora, espandendosi in un volo smozzicato, come facendosi largo tra ricordi amari evocatile dal vestito azzurro dell’inizio che stringe e butta via, verso quella “croce” e quella “fossa” che realmente prendono corpo attorno a lei. E quando invita Alfredo a “prendere l’immagine dei suoi passati giorni”, sollevandogli una mano tra le sue e passandosela lungo tutto il viso, sfilandosi poi un anello e dandoglielo perché “porga quest’effigie” alla pudica vergine che sposerà, mentre la voce si carica di struggimento delicato, sorridente, già lontanissimo: se nel pubblico c’è un ragazzino di dieci anni che guarda, sicuro come l’oro che riceve una folgorazione tipo caduta da cavallo di San Paolo. È così che il teatro va avanti. E chissene, dei vecchi arnesi sfrigolanti da mettere sul fonografo a tromba tra turibolar d’incensi muffiti."

    Elvio Giudici

  7. Thanks Luiz Gazzola (Almaviva) thanked for this post
  8. #6
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    Ah, adesso ho capito che era CDG...

    Piace anche a me Operaclick.

  9. Thanks mario thanked for this post

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